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Episodio 9.13: L’occhio che ci spia

I medici del Seattle Grace devono vedersela con un “grande fratello” che li controlla. E le sorprese non sono finite...

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È proprio vero ciò che dice Meredith in apertura di puntata: ogni giorno qualcuno inventa una nuova strategia o una nuova tecnologia per “velocizzare” e “ottimizzare” il nostro lavoro. Per renderci più efficienti. Ma è davvero così? Videocamere installate in tutto l’ospedale, con un medico al controllo che vigila per “aiutare a ridurre gli errori” e “evitare costose cause legali” servono a rassicurare o piuttosto a mettere a disagio il personale del Seattle Grace Mercy West?


Lo spunto dà il via a un episodio che, in realtà, tratta approfonditamente la ragione per la quale le videocamere vengono installate: la crisi. La crisi economica che ha bussato anche alle porte dell’ospedale di Seattle, la crisi economica che si cerca di risolvere valutando di chiudere il Pronto Soccorso (nonostante le sacrosante obiezioni di Hunt), la crisi economica che fa preoccupare gli specializzandi, che temono il licenziamento, e tutti gli altri medici, che iniziano ad attuare strategie più o meno efficaci per assicurarsi di entrare nelle grazie di chi deciderà gli eventuali tagli al personale.


La situazione non è difficile, è disperata. Ma Grey’s Anatomy, per quanto legata all’attualità e all’economia che sta mettendo in ginocchio tutto il mondo, resta pur sempre una serie che parla di speranza. La speranza di trovare medici disposti a tutto pur di salvare una vita che può essere salvata. La speranza di avere a che fare con persone in grado di valutare oggettivamente una situazione difficile, ma anche capaci di metterci quel tanto di umanità che fa la differenza. La speranza di ricordarsi tutti i giorni le ragioni che hanno spinto i personaggi a scegliere la professione medica: aiutare il prossimo.


Ecco quindi che il viaggio in ascensore con il ferito grave per il Pronto Soccorso si trasforma per la dottoressa Cahill nell’occasione per toccare con mano (e non è una metafora!) la necessità di “essere lì, subito, quando serve”. Di fare la differenza per pazienti che, altrimenti, non avrebbero alcuna possibilità. E di tornare in sala operatoria. Così come la nottata trascorsa da Derek e April a trovare il modo di tenere aperto il Pronto Soccorso proponendo altri tagli si trasforma nell’occasione di coinvolgere altri nel loro obiettivo. E la paziente difficile di Karev, la ragazzina che ha comprensibilmente perso ogni voglia di reagire dopo che la sua carriera di ginnasta è stata stroncata, diventa l’occasione per penare a quanto sia importante fare sempre del proprio meglio. Anche quando la vita ci mette i bastoni fra le ruote.


Perché quando ci si presenta un ostacolo, bisogna ingegnarsi per superarlo. O aggirarlo. O trasformarlo in qualcos’altro. Si chiama “sopravvivenza” ed è ciò che ci spinge ad accettare ogni nuova sfida sforzandoci di trovare il modo per vincerla. L’unica cosa che conta è essere onesti con se stessi... E con gli altri. Così Murphy ha provato a fare una trasfusione di sangue al ragazzo che probabilmente morirà perché la sua religione gli impedisce di ricevere sangue estraneo. Non è questo il modo: la vita sembra più importante di tutto, ma rispettare gli altri e le loro convinzioni è fondamentale. Tanto quanto essere sempre pronti... Visto che il futuro è completamente fuori dal nostro controllo. E dalla nostra conoscenza (come il vero intento della Cahill: vendere l’ospedale rendendolo appetibile, non salvarlo...). 

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